lunedì 19 novembre 2012

Repressione vegetariana


     Mi sono chiesta perchè l'abitudine ad essere vegetariani sia per lo più diffusa nelle generazioni più giovani e indottrinate. Per carità, esistono esempi (vedi Margherita Hack) che, seppur di età non adolescenziale, hanno uno spirito intellettuale che si trova una spanna al di sopra di molti stolidi giovani acculturati.
     Tuttavia  mi riferisco alle generazioni dei nostri predecessori cresciuti in un periodo quale il dopoguerra, collimante con la loro età adolescenziale, in cui la sussistenza nutrizionale (e non solo) era quantomeno insufficiente, in cui mangiare la carne era un evento la cui probabilità assoluta è paragonabile a quella di trovare in saldo il numero delle scarpe che abbiamo desiderato. E' ovvio che essi hanno nella loro vita bandito ogni tipo di privazione o qualsivoglia dieta dal loro comportamento alimentare (e li capisco pure).
     Il senso etico, sicuramente, prescinde da ogni forma di etnia, ma il comportamento che ne consegue ha una matrice ambientale.

     E' pur vero che pur se i nostri avi avessero sentito crescere nel loro intimo uno spirito suscettibile verso la morte degli animali allo scopo nutritivo, questo sarebbe stato stroncato sul nascere. Perchè nel momento in cui avessero risposto con un "No, grazie, non mangio animali morti" all'offerta di quel povero maialino che avevano visto crescere nutrito dai genitori in modo che ingrassasse per poi cibarsene avidamente, sarebbe scoppiata la "Guerra di Repressione". 

  D'altronde i genitori dovevano pur pensare a sostenere la famiglia e anelavano a quel giorno,  in cui avrebbero potuto servire, con l'aggiunta di modesti contorni vegetariani, il paffuto Piggy. E se il solo pensiero del povero animale cotto e l'immagine del limone conficcatogli in bocca faceva rabbrividire alcuni coerenti antenati benpensanti, essi dovevano scontrarsi con l'orrore della triste realtà fatta di miseria e di altre bocche carnivore pronte a ricevere il succulento e tanto atteso pasto.

     Da questo punto di vista la nostra generazione è più fortunata (mi riferisco al mondo occidentalizzato). Non si ha certo la necessità di attendere una particolare ricorrenza per poter banchettare, anzi oggi dilaga il problema contrario, legato all'abuso incontrollato di cibi definiti iperbolicamente "veleno" che conduce a problemi salutari nonchè perfino a disturbi alimentari.
       Se riusciamo a non fasciarci gli occhi osservando la filiera produttiva degli allevamenti industriali, non possiamo passare indenni di fronte al degradante automatismo delle vite degli animali innescate solo ed esclusivamente per un unico scopo: quello di produrre hamburger e bistecche (per citare allevamenti bovini, principalmente n.d.r.). 
     Io non mi voglio comportare come gli struzzi (!) lasciando che crudeltà e violenza mi scorrano davanti facendo finta di non vedere, e all'uopo, la tecnologia mi diventa amica. L'avvento di internet ha aperto un mondo in cui la consapevolezza la può fare da padrone e in cui molte "verità nascoste" possono finalmente essere rischiarate dalla luce del buonsenso.
Ciò che mi preme sottolineare è sempre il principio della coerenza: molti si ritengono amanti degli animali, ma non disdegnano un piumino impreziosito nei polsi da pelo di lapin. Il lapin orictolagus cunculus è il tenero coniglietto (sì, come quello di Alice in wonderland) che non prova dolore se scuoiato senza anestetico perchè in tal modo il pelo rimane morbido e non subisce l'indurimento del rigor mortis...
     Chi se ne importa se nell'etichetta, per legge, è indicato il nome delle componenti del capo che ci sta a meraviglia e che basterebbe leggerle prima dell'acquisto? Perchè non essere contemporaneamente fashion e "cruelty-free"?
    Tempo fa, mi accingevo all'acquisto di un piumino. In un negozio, la commessa mi fa vedere il capo dei miei sogni che indossato mi stava tremendamente bene ed era di una ineguagliabile morbidezza. Prima di pagare, convinta che non ci fosse "pelo di animale", leggo che invece era presente una percentuale di "Raccoons" (?). Il povero procione che forse voleva diventare un orsetto lavatore era finito per sbaglio su quel giubbotto!
   Spiegai alla commessa le mie motivazioni per le quali non potevo acquistarlo e, stranamente, lei capì. La coerenza si fece ancora più difficile quando, come una certosina, iniziai a passare al vaglio vari negozi di abbigliamento, a provare vanamente capispalla stupendi,  cernendo, con l'ausilio del mio compagno, quelli che nell'etichetta non segnalavano la presenza dell'animale morto per poi andarmene senza acquistare nulla, lasciando lo sguardo incredulo delle commesse che esclamavano "ma ormai è morto!"...
     Allora, se vogliamo, possiamo acquistare capi "fur free" perchè il Parlamento Europeo ha stabilito che le etichette devono segnalarne la presenza con la scritta: "Contiene parti non tessili di origine animale". Malgrado ciò, se non tutte le case di abbigliamento si fossero ancora adeguate al regolamento, possiamo andare a vedere quali aziende hanno stilisti che nel disegnare i loro capi non prevedono lo sfruttamento di animali: http://www.nonlosapevo.com/aziende; inoltre, se vogliamo conoscere qualcosa in più sull'organizzazione per la protezione animali in tal senso: http://www.infurmation.com/
    La guerra di repressione è solo all'inizio, i soldati siamo noi stessi. Noi che, pur se è più facile chiudere un occhio perchè "tanto ormai", ci sentiamo scuotere dentro e non vogliamo alimentare e amplificare lo scempio che già è in atto. Le armi per vincere la guerra sono coerenza, sensibilità, ma soprattutto informazione. Se vogliamo cominciare a lottare dobbiamo chiederci perchè lo facciamo...

Nessun commento:

Posta un commento